“Sai, mi hanno sempre depresso le stanze d’ospedale”, dissi dopo un breve silenzio ed un occhiata rapida alla stanza dove mi ero svegliato.
Ero sul letto che cercavo di trovare una posizione che, se non comoda, almeno fosse sopportabile.
Nonostante ciò fosse una speranza che ormai da tempo avevo abbandonato non tanto per la durezza del materasso, per sovrabbondanza o penuria di cuscini (in ospedale, avevo constatato, non esisteva la via di mezzo), quanto per il particolare odore.
Odore d’ospedale, mai uguale, mai ben definito, impossibile da decifrare se odore di lattice, di banana o di matematica, ma che senza dubbio impediva al mio cervello se non addirittura al mio corpo stesso di trovare una posizione comoda.
Ed è strano, lo ammetto, ma trovatemi un ospedale che non odori d’ospedale e giuro che mi metterò a dormire anche per terra, o su uno di quei letti per fachiri.
“Con i chiodi e tutto?”, disse Lui, che mi guardava già da un po’ dalla sua sedia accanto al mio letto.
“No, senza chiodi. Però sarebbe scomodo lo stesso, fidati.”, gli risposi.
Continuai ad osservare la mia stanza, dal momento che non ero l’unico inquilino di quel simpatico festival di flebo e di camici bianchi.
C’era una donna, sulla trentina, che dormiva nel suo letto di fronte al mio, probabilmente rassegnata a dormire in una posizione scomoda dato il tangibile odore di scomodità che, sono sicuro, affliggeva anche lei.
C’era poi, accanto a lei, un vecchio di cui sarebbe stato impossibile sapere l’età con precisione, avrebbe potuto benissimo avere novant’anni portati molto bene, settanta portati con dignità, cinquanta e una vita che lo aveva segnato profondamente, trenta e un passato disastrato, dieci e un travestimento da vecchio rimbambito. Che mi fissava (perché il suo passatempo preferito era fissarmi, sorridendo in un modo tale che avrebbe messo in imbarazzo Madre Teresa).
Rimanevo a crogiolarmi sull’ipotesi del bambino con travestimento, meravigliandomi del fatto che se fosse stato vero, oltre al fatto che lui sarebbe stato un mago delle maschere, io ero l’unico ad averlo scoperto, e avrei potuto prendermi il merito se si fosse rivelato un pericoloso bambino killer e l’avessi fermato in tempo, oppure avrei potuto dirlo solo ad un infermiere che mi avrebbe creduto pazzo e dopo l’eccidio attuato dal vecchio-bambino-killer semplicemente prendermi la soddisfazione propria della frase “Te l’avevo detto”, anche se sarei stato obbligato a rivolgermi ad un infermiere ormai senza vita.
“Frena, frena, ragazzo. Ha settantaquattro anni, c’è scritto sulla targhetta sul lettino.”, mi appuntò l’inquilino della sedia.
“Uffa, lo so. Però così non è divertente, Johnnyfer.”, sbuffai io.
“Dannazione ragazzo, non chiamarmi così in pubblico, lo sai che sei già finito nei guai per questo motivo.”, si arrabbiò Johnnyfer.
“Uffa, non fare questo, non dire quello…Ma non c’è nulla di male!”, controbattei incrociando le mani e gonfiando le guance come gli scoiattoli, i criceti o gli elefanti, non mi ricordo mai.
“Gli elefanti, scemo. Lo so che lo sai, e fai così solo perché sai che mi fa arrabbiare.”, disse.
“Johnnyfer, stai diventando noioso.”, conclusi io.
“Ancora? Ma allora non capisci! Se continui, vedrai che non mi faranno più entrare.”, disse aggrottando le sopracciglia.
Questo mi zittì, perchè mi sarebbe davvero dispiaciuto se non fosse più venuto a trovarmi Johnnyfer. Lui lo sapeva e sapeva che io lo sapevo e inoltre sapeva che io sapevo che lui lo sapeva.
Ma tutto questo non mi importava, volevo solo che restasse, così, al posto di trattenermi dal chiamarlo col suo nome, mi girai di nuovo verso i miei compagni di stanza.
Ora anche il vecchio dormiva (risparmiando di osservarmi, con mio grande sollievo), e la stanza sembrava fatta apposta per osservarla dal punto di vista del mio (scomodo) letto.
Il letto che avevo alla mia sinistra era vuoto, e tutto ciò che era guardabile o almeno interessante da guardare si poteva vedere come fosse in un quadro dalla posizione in cui ero: la scomoda addormentata, il vecchio assopito che nei sogni progettava di uccidere l’infermiere, un quadro di Kafka in mezzo ai due letti, la finestra che dava sulla città ma anche sulla montagna, un libro di Van Gogh sul comodino a sinistra.
Sembrava a sua volta un quadro, di carattere ospedaliero, ma a me piaceva, era un bel quadro.
Però c’era qualcosa che stonava, ed era una tivù accesa e appesa al soffitto.
Mi prese uno scatto d’ira, afferrai il telecomando e lo scagliai contro ad essa, che si spense.
“Che culo.”, pensai.
“Sai, la prossima volta quel tasto rosso con scritto OFF (sempre sul telecomando), potrebbe rappresentare una valida alternativa all’immotivata aggressione dell’elettrodomestico.”, proruppe Johnnyfer.
“Immotivata? Ma hai presente cos’è quell’elettrodomestico?”, dissi, pronunciando l’ultima parola come se mi stessero strozzando, o come se fosse stato Paperino con la raucedine a pronunciarla.
“Giuro, credevo che fosse una tivù, ma se mi assicuri che è un frigorifero ti credo, ma solo perché mi fido di te, Stanley.”, ironizza.
“Ridi, ridi, ma quel coso (sempre proferito dallo zio di Qui, Quo e Qua) ci dice cosa dobbiamo immaginare. Prende le nostre menti e gli fa fare quello che crede Lui. Si, uso un pronome per descriverlo, perché non è più un oggetto, è un Dio, quel pentolone. E coloro i quali lo rimescolano e quelli che ci tengono rinchiusi qui sono convinti che abbiamo bisogno di quello per sognare.”, dissi, e sapevo che quell’argomento mi faceva infervorare.
“Anzi!”, disse lui ridacchiando, e sapendo dove andavo a parare.
“Anzi! Ci vogliono far credere che abbiamo bisogno di quello. Mentre tutto andrebbe a meraviglia e le persone potrebbero sognare quel cavolo che vogliono, se solo non fosse mai esistito. E Rachel…”, sospirai, sapendo che un po’ stavo delirando, e un po’ dicevo cose di cui ero profondamente convinto.
“…Rachel cosa?”, domandò retoricamente Johnnyfer.
“…Rachel sarebbe ancora qui. Ma non permetterò che succeda lo stesso a te, Johnnyfer!” urlai.
“Accidenti! Ancora? Guarda che ti do un pugno!”, mi minacciò lui.
“Tecnicamente, non potresti nemmeno darmi un pugno, sarebbe più come…” dissi.
“…Una colonna di granito morbido, pesante, che ti spacca la faccia.”, completò.
“Ti piace proprio quella frase, eh? So che ti piace.” Gli sorrisi.
“Si, e so che lo sai.”, puntualizzò.
“Per favore non ricominciamo, eh?”, lo guardai di sbieco mentre la mia mente tornava a Rachel.
Lei se n’era andata via, anzi, me l’avevano portata via, non avrei più potuto parlarle per colpa di tutte questi tubicini che mi entravano nel corpo per, così dicevano, farmi guarire.
Ed è questa cura che me l’aveva portata via.
Ma la gente si chiede se il concetto di malato sia universale? E di conseguenza, se uno non preferisca essere malato, dal momento che il concetto non è uguale per me malato, e per te medico?
Però Johnnyfer non mi aveva abbandonato, non gli pesava questa mia situazione, almeno così mi diceva, e allora stava sempre al mio fianco. Andava a lavorare solo qualche ora al giorno, ne approfittava le poche volte che cedevo allo scomodo odore per addormentarmi, ma al mio risveglio lo trovavo ancora lì.
Ma Rachel mi mancava. E c’era una cosa che non capivo da tempo.
“Johnnyfer?”, lo chiamai.
“Basta, Stan. Sei stupido, è ufficiale.”, disse lui mettendo le braccia dietro alla testa come per sdraiarsi.
“Perché la gente dimentica?”, gli chiesi.
“Dipende cosa intendi per dimenticare.” rispose, dandosi arie da filosofo.
“Nel senso che la gente vive delle esperienze. Ok? Succedono delle cose, ci sono delle reazioni tra le varie persone, tipo una persona si arrabbia con te e poi si discute, si capiscono le motivazioni che hanno spinto l’altro a fare una certa cosa, ci si capisce a vicenda, fin qui mi segui?”, spiegai.
Johnnyfer si limitò ad annuire silenziosamente.
“Bene. A questo punto io so esattamente come si sente una persona in un certo frangente.”, dissi sicuro.
Senza aspettare cenni di Johnnyfer, continuai: “Così si possono creare delle relazioni che crescono, ok? Ma cosa succede quando ti dimentichi di cosa ha provato un’altra persona e non hai un’altra occasione per scoprirlo?”
Johnnyfer mi guardava.
“Non so perché succeda…ma è come perdere una persona, no? Almeno, per me è così.”
“Si. È brutto” disse lui.
“Si, e non si torna indietro, spesso. O sempre, non lo so.”, dissi diventando triste.
Johnnyfer mi guardava, un po’ sorrideva, un po’ faceva delle facce serie. Fa sempre così quando non sa cosa dire, lo vedi sorridere mentre guarda il pavimento, poi tornare serio d’un tratto. Ci conosciamo da così tanto.
Con lui non potrebbe succedere, non potrei dimenticarmi di lui, abbiamo sempre vissuto insieme, e ora nel momento del bisogno è qui.
In quel momento entrò il Dottor Bobidi.
***
“Allora, come sta il mio pazziente preferito?”, urlò tanto da coprire tutti i suoni che quasi non copriva la sua stessa voce, raddoppiando le consonanti di una parola a caso per frase com’era sua usanza, e sapendo benissimo che i pazienti sapevano che diceva “il mio paziente preferito” a tutti.
Però lo diceva lo stesso.
Io mi sturai le orecchie vistosamente, e risposi seccato: “Bene, fino a pochi secondi fa.”
“Ah ah ah ah! Lei è sempre un burrlone! Ma, dico, cossa vedo?”, si chinò vicino alla TV e raccolse il telecomando che, cadendo, aveva sparpagliato allegramente tutti i suoi tasti in giro per la stanza, quasi volesse far crescere una piccola piantagione di telecomandini.
“Ahi ahi ahi, carro il mio signor Schweinebraten, le dico sempre di non dare il telecomando al signor Schokolademilch, che poi dobbbiamo sempre comprarne uno nuovo.”
Se si rendesse conto di stare parlando ad un vecchio che dormiva, questo non lo so, ma mi ero stupito che riuscisse a raddoppiare efficacemente le consonanti già doppie.
“Carro signor Schokolademilch, dicevo, oggi è il gran giorno!”, disse il Dottor Bobidi con fare pomposo.
“Prego?”, dissi dubbioso.
“Occhio, Stanley.”, disse Johnnyfer.
“Che cosa c’è?” chiesi io.
“Con chi sta parlando, signor Schokolademilch?”, esclamò Bobidi, che aveva riaggiustato il telecomando a tempo di record, e stava riaccendendo la TV.
“Non la riaccenda, la prego.”, chiesi umilmente.
“Ma certo, ma certo, non si preoccupi!”, mi rassicurò il Dottor Bobidi, mentre la riaccendeva, e io pensavo che di sicuro doveva essersi studiato per bene 1984 di Orwell, perché per essere convinti di quello che si dice mentre si fa il contrario di ciò che si afferma ci vuole un buon allenamento di bipensiero (trattasi della capacità del convincersi che 2 + 2 fa 4, ma può fare anche 5).
Mentre pensavo al buon vecchio George, Bobidi riprese a parlare con la sua grassa voce.
“Le diccevo, signor Schokolademilch, che oggi è il gran giorno perché da domani non avrà più bisogno delle nostre cure!”, disse felice.
Sorrisi d’impulso. “Hai sentito, Johnnyfer? Finalmente potrò, anzi, potremo andarcene da qui, e potrò smettere di prendere tutte queste medicine!”, esclamai.
Johnnyfer guardava e taceva.
Bobidi mi guardava perplesso.
“Allora” ripresi “Che cosa manca ancora per potermi congedare?”, chiesi.
“Lei non deve fare più nulla. Solo prendere quest’ultima medicina.”, disse diventando serio e annullando i suoi difetti di pronuncia.
Sussultai.
“..Non voglio più prenderne. Sono stufo. Ogni volta che le prendo sto peggio. Mandatemi a casa e basta.” dissi.
“Signor Schokolademilch. è nella flebo a cui è attaccato ora.”, disse, serissimo.
“Stiamo scherzando?”, mi spaventai.
“Non le ho dato il permesso! Non gliel’ho dato! Me la tolga subito!”, urlai.
Bobidi mi guardava serio, e stringeva i lacci del letto che mi tenevano legato ad esso.
“Johnnyfer! Fa qualcosa! Fermalo!”, gridai, in preda alla disperazione.
Johnnyfer mi guardava serio dalla sedia e non mi diceva niente.
Poi mi fece un gesto della mano, come quando si saluta qualcuno che non vedrai mai più.
“Johnnyfer!”, ero spaventato.
“Signor Schokolademilch, a chi sta parlando, di grazia?”, disse calmo Bobidi.
“Non faccia il finto tonto, Bobidi, a Johnnyfer, che è seduto lì vicino a lei!”, urlai, gli occhi sbarrati.
“Signor Schokolademilch, Johnnyfer, come Rachel d’altronde, è il motivo per cui lei è qui. Ma non si preoccupi.”, disse abbozzando un sorriso.
Non feci in tempo a rispondere, e mi addormentai.
***
Il giorno dopo mi svegliai.
C’era il dottor Bobidi davanti a me, con un sorriso a quarantasette denti. La tizia di fronte stava ancora dormendo e non c’era traccia del vecchio del letto vicino.
E non c’era Johnnyfer.
“Allora, come si sente?”, chiese il dottor Bobidi, a cui erano davvero spariti gli errori di pronuncia.
“Mi gira la testa. Dov’è Johnnyfer?”, chiesi.
“Complimenti, signor Schokolademilch. Lei è guarito.”, disse con solennità.
Si alzò, andò via.
Io mi alzai, mi vestii, uscii dall’ospedale, vidi correre lontano un bambino ridacchiante con una cosa che sembrava un braccio (si! Un braccio!) sanguinante in mano, e un costume da vecchio nell’altra, e nell’aria risuonava un grido lancinante d’infermiere.
Mi sentivo solo.
Johnnyfer se n’era andato.