Sto guardando troppe puntate di Dexter

La mia coinquilina dev’essere una serial killer.

Sia chiaro, non voglio che pensiate che io abbia pensieri del genere perchè sono razzista (è cinese), ma da qualche giorno porta a casa degli uomini (uno alla volta), chiede loro di insegnarle a suonare la chitarra (non è un eufemismo, suonano una chitarra vera), e poi quando vado a letto (alle tardi e un quarto, di solito), non si sente nessun rumore provenire dalla sua stanza.

So già cosa pensate, ma io non ho più visto neanche uno di questi uomini più di una volta.

E lei non è diventata neanche un po’ brava a suonare la chitarra.

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Se per caso oh che titolo lungo basta così

Ma se io, ad esempio, volessi scrivere un libro, vorrei scrivere un bel libro.

Se io dunque volessi scriverlo, dovrei impegnarmi ad imparare ogni tecnica, ogni trucco, ogni pratica mi possa far migliorare nella scrittura.

Ma se io volessi imparare ogni tecnica, ogni trucco, ogni pratica, dovrei, che so, impiegare tutto il tempo che ecco vedi che cazzo scrivo a fare sono già stufo vado troppo a giocare al nuovo gioco uscito per il nintendo dei pokemon sono uscite delle recensioni che sono troppo sgravate

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Soffitta

Era assolutamente sicuro di aver messo via insieme ai libri e ai quaderni che non ha mai avuto il coraggio di buttare il diario delle medie, dove ci scriveva i colori, faceva elenchi di colori, magenta, terra bruciata di siena, quelli lì, ma non riusciva a trovarlo più. Dopo un’ora buona passata a ribaltare la soffitta, si rende conto che non lo sta cercando, sta fissando il muro, sta cercando di cercarlo, ma non ci riesce, allora guarda il muro, lo fissa, fermo, e pensa di cercarlo, pensa cosa potrebbe fare per cercarlo, nella sua testa, non lo sta cercando veramente, sta solo immaginando di farlo, e non lo trova. Non lo trova più.

 

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Così

Si, perchè poi ci sono volte in cui hai voglia di scrivere come stai, tanto per metterlo in chiaro, più che altro nella tua testa, ma poi pensi che non sai scrivere, che non vuoi metterlo in chiaro, vuoi solo aspettare, le parole non vengono fuori, cazzo non vengono, neanche una, e allora per quello ti metti a scrivere una storia, che non c’entra un cazzo, ma un cazzo, e niente, è così che nascono le storie.

 

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It’s Wonderful

Mentre migliaia di persone-studenti sono là fuori, o là dentro, a occupare le università a manifestare, per esercitare il loro sacrosanto diritto di non essere d’accordo con qualcosa, qualcuno, o anche solo di non essere d’accordo, tu sei lì, e guardi l’ultima puntata di Vieni Via Con Me.

Che programma rivoluzionario. La Verità è sempre rivoluzionaria. Uau. Certo che i tempi sono cambiati da quando la rivoluzione non la si faceva seduti sul divano, con i piedi sotto la coperta. Forse ora ci commuoviamo guardando programmi come questo perchè siamo sinceramente, dal profondo, incredibilmente ammirati dal vedere qualcuno riuscire ancora a muoversi, mentre noi siamo seduti sul divano, preferibilmente magari con un tè caldo, una birra, qualcosa. Sacrosanti pure quelli. Loro però si muovono. Ovazioni! Applausi! Troppi, applausi, ma vabbè, noi siamo seduti, loro sono in piedi, se li meriteranno pure. Avranno, che so, fatto dei corsi di Come Si Sta In Piedi, o avranno una laurea in Come Mettere I Piedi Uno Davanti L’Altro, magari hanno perfino fatto un master in Cambiare Direzione Di Cammino, se hanno avuto la fortuna di avere i soldi, o di avere i genitori coi soldi, o di aver vinto al winforlife diecimila euro al mese per venticinque anni. Che si sa, sono queste ormai le strade da percorrere.

Ecco, loro ce l’hanno fatta. Più o meno, ma ce l’hanno fatta. Stendingovescion. Bravi. Come camminano bene, come hanno camminato bene, come se ne vanno bene. Che bravi che sono, se solo riuscissi ad alzarmi dal divano e a prendere il telefono li chiamerei, alla Rai, direi: “Fateli camminare ancora”, alla gentile voce femminile che mi invita a registrare il messaggio dopo il bip.

Perchè, in un paese di paralitici, vedere della gente che cammina fa impressione.
No, che se magari capita che fanno delle repliche me lo registro.
Se riesco a trascinarmi fino al telecomando del videoregistratore.
Che non è che ne abbia comunque molta voglia.

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Michele

Stasera sono andato a vedere uno spettacolo teatrale che parlava di matti.

Dopo lo spettacolo, stavo camminando per una calle con degli amici quando si è avvicinato un vecchio. Non aveva denti, non più, era strabico, basso e aveva la barba corta e bianca.

Si è presentato, si chiamava Michele, chiedeva se un graffito sul muro fosse arte o meno. Noi non sapevamo cosa rispondere, così è andato avanti lui a parlare.

Michele era un’artista, dipingeva, ma ora era in pensione e con cinquecento euro al mese faceva fatica a vivere. Lo chiamavano Dentiqualcosa, ma ora, senza più denti, come avrebbero dovuto chiamarlo, lo sdentato, lo sdentato, si prendeva in giro da solo ridendo.

E io cosa faccio ora, diceva, bevo, e un rosso tira l’altro, e non ci posso fare niente.

Noi, interdetti, continuavamo a non saper cosa dire, da un lato imbarazzati e con la speranza che quella situazione finisse al più presto, dall’altro però volevamo segretamente sentire quello che Michele aveva da dire.

Michele aveva studiato per vent’anni Storia delle Religioni, aveva fatto il bidello al Conservatorio, Dio sa se era stato sposato o meno, non ha voluto accennarvi, ma ora era solo. E io, sono solo, sono solo, ripeteva, il mio amico ha detto un goffo “mi spiace”, ma Michele subito ha ribattuto, non ti spiace, io sono un artista, vedo oltre le cose, intelletto deriva da intelligere, che significa vedere oltre. Io non lo sapevo.

Ha seguito un piccolo spettacolino nel quale batteva le mani a tempo, questo è un dono che mi ha dato Dio, diceva, e ci sorrideva.

Gli ho stretto la mano, dicendogli che era stato un piacere, il che era vero ma in realtà da queste situazioni che ti tolgono le parole e il fiato non si vede l’ora di uscire, e lui guardandomi con i suoi occhi strabici ha stretto la mia.

Mi ha chiesto se avevo un euro.

Mi è venuto da piangere, e non gliel’ho dato.

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Congelate, e dappertutto

Questa notte ho fatto un sogno.
C’era il dottor Cox, quello di scrubs. C’era un mio amico. Eravamo in una casa.

Ci accorgiamo che il frigo è aperto. Avvicinandoci al frigo, vediamo che è pieno di mozziconi di sigaretta, dentro. Proviamo a chiuderlo, che fa anche un po’ schifo, un frigorifero pieno di cicche, che a verona si chiamano così i mozziconi di sigaretta.
Il frigo non si riusciva a chiudere, e notiamo subito la causa: ci sono tantissimi sacchetti di albicocche congelate che lo bloccano. A dire il vero ci sono tantissimi sacchetti di albicocche congelate per tutta la casa, notiamo. Non si sciolgono, sono congelate. Sarà il frigo aperto.

Ad un certo punto arriva la sorella del dottor Cox, una strafiga gigante, ma non nel senso di alta dieci metri.
A quanto pare è morta la madre del dottor Cox. A quanto pare dobbiamo farglielo sapere (a quanto pare il dottor Cox era nell’intestazione del sogno, ma non nella scena), lei rimarrà a controllare la casa.  A controllare che non si sciolgano le albicocche.

Esco dalla casa, il mio amico svanisce. Tutti cercherebbero il dottor Cox in questo e in quel posto, ma io no. Io sono furbo. Faccio un’altra strada, in salita. Mi dirigo verso la palestra, dove fanno i massaggi. Dentro c’è della gente che si picchia, fa tae kwon do. Ovviamente io non so il tae kwon do, non so nemmeno se si scriva così, e per entrare bisogna saperlo. Ovviamente. Io però devo entrare, sono sicuro che dentro ci sia il dottor Cox, e neanche il tempo di pensarlo che si sentono delle urla. Sue.
Sta picchiando tutti, lui non lo sa, il tae kwon do, ma spacca la faccia a tutti.
Quasi sentisse qualcosa. Quasi sapesse già che sua madre è morta.

Lo vedo, gli spiego. Lui scoppia a piangere e mi abbraccia. Mi abbraccia lasciandosi andare, cadere come se non avesse più forza nelle gambe. Mi viene in quel momento in mente che il mio amico di prima mi ha abbracciato proprio così ieri, nella vita reale.

Da quel punto la cosa diventa più tranquilla. Andiamo a mangiare fuori tutti insieme. Mi spiega la tecnica ufficiale per portarsi a letto le cameriere:

  1. Devi dire alla cameriera che vuoi portartela a letto quella sera (non fa una piega)
  2. Lei rifiuta
  3. Tu rimani fino a che il ristorante non chiude
  4. Quando stacca, lei ti porta a casa sua

Visto che sono sette mesi e sei giorni che non concludo, me la segno su un fogliettino e lo metto in tasca.
In quel momento arrivano i genitori del dottor Cox. Tutti e due, vivi. Scopriamo che non era sua madre, quella passata a miglior vita, ma suo padre. Qualcosa non torna.
Ma suo padre ha una malattia che gli fa dimenticare le cose. Anche che è morto. Ah, ok.

Allegria, birra, ci si sbronza tutti.

I suoi genitori si addormentano. Il dottor Cox mi svela una cosa che ha tanto il tono della morale finale, stile favola di Esopo. “Comunque”, dice, “il sesso migliore, l’ho sempre fatto con mia sorella.”

Andiamo a casa sua. Entriamo in casa sua. Mi sbatte fuori da casa sua. Sono stato inutile, dice.
Slam. Porta in faccia. Fine del sogno.

Che poi il sogno non l’ho fatto io, ma il mio amico comprimario nel sogno. Che in realtà ero io. Ho scambiato i ruoli, perchè raccontare un sogno in terza persona anche no.

Se avessi raccontato questo sogno a Freud, comunque, avrebbe detto che volevo uccidere mio padre, scoparmi mia madre e che dovevo mangiare più albicocche.

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Gli aerei hanno ucciso i pirati

“E I pirati, tu te li ricordi, i pirati?”
“Come i pirati?”, mi risponde lui.
Siamo seduti su un ciliegio, io e Turi, un vecchio compagno di scuola che non vedo da almeno un anno.
In realtà, un anno esatto; ogni 5 luglio, da nove anni a questa parte, ci troviamo sempre qui a…
“Ho detto: come, i pirati?”, ripete lui.
“Stavo solo pensando ai nostri figli.”, dico girandomi verso la città.
“Mi sembra un tipo di carriera anacronistico.”, risponde, col tono di uno sicuro di aver tratto un’arguta conclusione.
“No, no. Parlo di quando giocavamo ai pirati, alle elementari. Te lo ricordi?”, chiedo.
“Se me lo ricordo! Bei tempi quelli!”, esclama.
“Tu strappavi sempre dei rami enormi dalla quercia di Suor Teodora, e dichiaravi che -legge piratesca- il più forte fosse quello con la spada più grande!”
“Nessuno poteva battere un bastone di quella quercia.”
“Si, ma eri anche l’unico che veniva periodicamente redarguito per il maltrattamento di arbusti indifesi.”
“Per essere il capo dei pirati, questo e altro.”
“Immagino.”, ridacchio.
“Ma non avevi detto che stavi pensando ai nostri figli?”, mi chiede lui ricordandoselo.
“Perchè si giocava ai pirati?”, gli chiedo ignorando la sua domanda.
Lui, che mi conosce, rinuncia a cercare una linearità nel mio discorso cercando di rispondermi con un: “Perchè vi piaceva che io facessi il capo?”
“Per il piacere della scoperta.”
“Eh?”, risponde Turi, visibilmente confuso.
“Della libertà, e della scoperta. Scoprire isole nuove! Non era importante il pirata in quanto fuorilegge, piuttosto in quanto esploratore! Lo scivolo, le altalene, diventavano terre non segnate dalle cartine, e noi eravamo i primi uomini sulla terra a mettervi piede!”, dico, e quasi mi sto alzando in piedi sul ramo. Poi mi accorgo che è già un miracolo che non si sia già rotto, tanto è sottile, e sto seduto.
“Tutto ciò è bellissimo. Ma tu dicevi che stavi pensando ai nostri figli.”
“Secondo te i nostri figli giocheranno mai ai pirati?”
“Non so.”
“Io penso di no.”
“Perchè non dovrebbero giocare ai pirati?”
“Perchè ora ci sono gli aerei.”
“Non sapevo che gli aerei avessero ucciso i pirati. Quando è successo?”
“Nel momento stesso in cui li hanno inventati. La democratizzazione dell’aereo ha ucciso Robinson, Gulliver, ha ucciso la fantasia dell’esplorazione via nave, di scoprire terre mai viste, che è stato il modo di fantasticare di generazioni e generazioni.”
“Perchè mettersi a fantasticare su piccole isole quando la fantasia può tranquillamente prendere l’aereo e andare a New York?”
“Esattamente.  Quando non si aveva che un orizzonte da guardare, la fantasia spaziava soltanto in quella direzione: verso l’oceano.”
“Poi hanno inventato il cielo.”, puntualizza.
“Quello c’è sempre stato.”, gli preciso.
“Ma va?”, risponde, e io non sono sicuro se sia ironico.
“ Il fatto è che non esistevano macchinari in grado di poterlo dominare. Gli aerei hanno distrutto in un colpo solo le navi di grandi esploratori o di grandi pirati e le stesse isole da scoprire. E i pirati si sono trovati di colpo senza lavoro. Sono crollati davanti all’aereo come un’industria discografica davanti a Napster. Per questo penso che i nostri figli non giocheranno mai ai pirati.”
“Solo per questo? Guarda che ora siamo arrivati perfino sulla luna.”
“E con ciò?”
“Bè, ci sono sempre le esplorazioni galattiche, no?  Almeno fino alla democratizzazione dei viaggi intergalattici, i bambini potranno giocare ai pirati spaziali.”
“Ecco, non li hanno uccisi, i pirati! Sono scappati nello spazio!”
“Non li riusciranno mai ad uccidere, i pirati.”, dice Turi.
Poi tira fuori una benda nera e la mette sull’occhio. Salta giù dal ciliegio e, invece di cadere come la noiosa forza di gravità impone, inizia in modo molto originale a volare, verso l’alto.
Non un volo naturale, come d’uccello, piuttosto come se fosse trascinato da una forza invisibile.
Poi lo sportello dell’astronave si richiude, schizza via ad una velocità quasi impossibile, e in pochi secondi già non la si vede più.
Io resto lì, a guardare verso l’alto, a chiedermi un mucchio di cose.

Quella sera portai mio figlio a vedere le stelle.

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Sakura

Contorno.
A Sapporo i Sakura arrivano molto più tardi rispetto al resto del Giappone.
Per “arrivano”, non intendo un’invasione di arbusti rosa che attraversano il tratto di Pacifico che divide lo Honshu dall’Hokkaido, dirigendosi verso la capitale, seminando morte e distruzione. Ma il fatto che, a Sapporo, i Sakura(gli alberi di ciliegio) sbocciano con qualche mese di ritardo rispetto al resto dell’arcipelago.

Zoom.
Mentre corro sul marciapiede le macchine mi passano accanto, ma io non le noto. Guardo i Sakura. Sono arrivato a Sapporo un mese fa, e da allora posso dichiarare con un certo grado di approssimazione che dal primo giorno che ho messo piede qui, ogni giorno c’è stato un tempo, per dirla con termini meteorologici, di merda.
Ha piovuto talmente tanto che non si può avere un’idea del cambiamento che è avvenuto da un giorno all’altro tra le strade. Pioggia, nuvole e freddo. Poi, improvvisamente, come un meteorite di buon tempo, un giorno ci si sveglia con un cratere di azzurro, sole e Sakura.
Così corro, sopraffatto da questo cambiamento.
Di azzurro ce n’è un sacco anche in Italia, il sole non si può guardare ad occhio nudo, così guardo i Sakura.
Corro, guardo i ciliegi, e penso. Mi fermo ad un semaforo, continuando a correre sul posto.

Primo piano.
Finalmente del tempo per pensare. Mi viene in mente che dovrei correre più spesso. Poi mi ricordo di aprile, e della pioggia. Penso che avrei potuto correre anche con la pioggia. Non riesco a fare a meno di fare battute idiote anche quando sto parlando con me stesso.
Penso spesso al fatto stesso di pensare(mi si perdoni lo scioglilingua), atto in sé inspiegabile, perchè legato al concetto di tempo, inafferrabile in quanto momentaneo, ed essendo il momento stesso un concetto(per di più approssimato perchè riconducibile ad un unità infinitesima di tempo, e per questo equivalente a zero, ma al tempo stesso empirico e sperimentabile), e i concetti sono essi stessi pensieri, si entra in un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire.
Che mal di testa.
Sposto la mente su altro. Sto leggendo un libro interessante, penso all’atto di scrivere.
Mi piace leggere e mi piace scrivere. Non sono sempre nell’umore adatto per scrivere, ma penso che alla fine di questa corsa vorrò sicuramente mettere nero su bianco alcune cose, per non perderle.
Ho veramente una gran paura di perdere i miei pensieri, la mia storia. Accorgersi di aver fatto sfuggire via un pensiero, non averlo impresso su un supporto fisico abbastanza resistente per vivere come minimo infiniti anni, mi spezza il cuore.
Sono oblìofobico.
Verba volant, scripta manent. Banale, vero.
Ma non solo per questo scrivo. Uno dei motivi è che voglio imparare a fare qualsiasi cosa, un altro sta nel fatto che il modo migliore che ho, per ora, di sentirmi vivo, è creare, un altro ancora è che le donne cadono ai miei piedi quando dico che scrivo. Ma ce ne sono altri.
Se fosse solo per uno di questi, non mi basterebbe. Come tutte le cose nella vita, è il risultato di una concatenazione di stati d’animo e di decisioni.
Se dovessi scrivere, per esempio, solo perchè le donne cadono ai miei piedi, avrei smesso da tempo.

Pezzo di informazione inutile.
A Sapporo i semafori fanno una musichina quando sono verdi.

Zoom.
Scrivere è difficile, ma io sono giovane. Ho fiducia nella mia capacità di migliorare. Ho fiducia nella mia capacità di imparare e nella mia testardaggine. Ho fiducia nella mia capacità di cambiare idea se, fra due o vent’anni avrò perso un po’ di questa fiducia, semplicemente leggendo queste righe.
Penso che non tutte le frontiere siano state ancora esplorate nello scrivere, nelle tecniche di accostare le parole una dopo l’altra, ci sono sempre margini di espansione, basta non tenere la mente chiusa.
Ad esempio io non mi reputo uno scrittore, ma sto scrivendo(dovrò pure iniziare da qualche parte).
Posso sfruttare, dunque, la freschezza che viene dalla novità della cosa, come di un giocatore di scacchi alle prime armi che alla prima mossa posiziona un pedone sul re avversario e dichiara: “Scacco matto!”.
L’avversario si lamenterà: “Non è previsto dalle regole.”
Ma nessuno ha detto che le regole debbano essere per forza seguite.
D’accordo, il mio non vuole essere un invito ad infrangere le regole degli scacchi, piuttosto un monito al non chiudere mai la mente a possibili interpretazioni della realtà.
Vi faccio vedere.
Mela futuro ieri cane buio ancora dopotutto no verde dopomolto abcd verde verde rosso ascoltare.
Ecco un esempio fallito di sperimentazione.
Fallito nel senso che non si capisce un cazzo.
Ma si possono capire due cose da questa sequela di parole senza senso: uno, ho appena dimostrato che la sperimentazione è possibile; due, posso imparare dai miei errori, evolvere, scartare i fallimenti e creare qualcosa di migliore.
Sperimentare, creare, scartare, sperimentare ancora. Ogni tanto devo ricordarmi di respirare.

Zoom out.
Mi fanno male i polmoni(era da un mese che non correvo, per qualche motivo che ora non ricordo), le cuffie con cui stavo ascoltando la musica sull’iPhone si sono appena staccate, non riesco a far ripartire la musica perchè l’applicazione che sta contando i minuti e i chilometri non può essere chiusa, inizia a fare un po’ freddo(è calato il sole e si è levato un certo vento), ho fame, sete, sonno e mi scappa la cacca.
Faccio marcia indietro, è ora di tornare alla base.
E se dimenticassi queste riflessioni? La mia fobia mi fa accelerare.
Dopo due minuti mi ricordo che è un’idea terribile, sto per morire dalla fatica, rallento.
Cercherò di fare il possibile perche le probabilità di farsele passare di mente siano il più basse possibili, ma se morissi salirebbero a livelli prossimi a 100%, quindi mi faccio forza e accetto un compromesso tra velocità moderata e ripasso mentale.

Panoramica.
Il sole a Sapporo cerca di calare da un bel po’, fa una gran fatica ma sappiamo tutti che alla fine ce la farà un’altra volta. Ce la fa sempre.
Maruyama, la collina che segna la fine della città ad Ovest cerca di dargli una mano ma, come al solito, non riesce a spostare le sue migliaia di tonnellate di terra. Così attende paziente che lui si adagi dietro di lei. Il sole apprezza comunque lo sforzo.
C’è un ragazzo che corre tra le vie di Sapporo, assorto nei suoi pensieri, con la testa perennemente rivolta verso l’alto, verso i Sakura che stanno fiorendo.
C’è un ragazzo che corre guardando i fiori di ciliegio, perchè tanto a Sapporo i semafori fanno una musichina quando sono verdi.
C’è un ragazzo che è stato quasi investito da un’auto perchè ha attraversato senza guardare il semaforo, pensando che la musica appartenesse al semaforo davanti a sé, non a quello alla sua destra.
Un ragazzo ha sfiorato un incidente perchè guardava i Sakura, e tutto quello che riesce a pensare è: “Se fossi passato a miglior vita, non avrei potuto mettere per iscritto questi pensieri.”
Il sole è calato a Sapporo.

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Gravità

Stravaccato sulla poltrona.
Chiudo il libro. Devo tornare al lavoro.
Allungo le gambe, le braccia, mi stiracchio con tanto impegno che i due vecchietti davanti a me iniziano a fissarmi.

Pensano di certo che io sia stato condannato a stiracchiarmi soltanto una volta nella vita: stavano assistendo ad un evento unico.

Continuo con la mia opera, pur consapevole di poter di certo ripetere lo spettacolo innumerevoli volte(non lo dirò di certo a loro,  non vorrei rovinare il momento).

Arrivato ad un certo punto del rituale piego la testa indietro, sullo schienale.
Sta nevicando.
Nevica verso l’alto.
Rimango così, immobile, gambe e braccia allungate, testa indietro, quasi non respirando, come un idiota, per un bel po’.

I vecchietti iniziano a bisbigliare sulla mia possibile dipartita.

Io rimango così. Come un idiota. La neve che cade verso l’alto.

Sorrido.

Poi esco da quella posizione innaturale, torno alla solita forza di gravità verso il basso, mi vesto ed esco dalla stanza.

I vecchietti tirano un sospiro di sollievo.

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