Treno

Era piuttosto carina.
Aveva lunghi capelli ricci, rossi che le cadevano sulle spalle. Come una piccola cascata, davano loro l’idea di movimento.
Sembrava avere anche un bel corpo, ma da dove stavo io era difficile vederlo, anche perchè ero impossibilitato a muovermi.
Avrei voluto sapere di che colore aveva gli occhi.
Peccato che si fosse addormentata sulla mia spalla.

Il treno sobbalzava, ma chiunque sia mai salito su un treno sa che i treni sobbalzano di continuo.
La gente di solito si abitua, se ne rende conto appena salita o appena scesa.
La testa della ragazza sconosciuta, però, me lo impediva: il moto ciondolante dei suoi capelli su di me manteneva desta la mia attenzione sul movimento scostante del treno.
Poi, ci fu una piccola accelerata.
Questo bastò a risvegliare la bella addormentata sulla spalla.
“Oh!”, disse, e alzò la testa.
Si stropicciò gli occhi e chiese: “Dove siamo?”, poi ripetè: “Oh!”.
Mi guardò come se stesse fissando uno di quegli specchi deformanti che tutti vedono in televisione, ma che nessuno ha mai sperimentato davvero.
“Stavo…”, e indicò la mia spalla.
Mi limitai a sorridere e a fare di si con la testa.
“Oh! Mi scusi! Non mi sono accorta di essermi addormentata!”, esclamò, in preda alla costernazione.
Mi chiesi se qualcuno nella storia dell’uomo si sia mai accorto di starsi addormentando. Comunque aveva gli occhi azzurri.
Sorrisi di nuovo, e le dissi:”Nessun problema, la sua testa è morbida, con tutti quei ricci.”
Mi sembrava che stesse arrossendo, ma non ebbi il tempo di rendermene conto perchè disse subito:”Io sono Laira, presentarmi mi sembra il minimo dopo aver dormito su di lei…quanto a proposito?”
“Sono venti euro.”
Sorrise ancora. “Quanto ho dormito, intendo.”
“Almeno un paio d’orette.”
“Cosa? Ma allora ho perso la fermata! Io dovevo scendere…”
“Non preoccuparti, Laira, non ha fatto fermate il treno, finora.”
“Eh? Ma allora ho preso il treno sbagliato! Ecco, infatti. Non riesco più a riconoscere quello che c’è fuori dal finestrino. Che…”
Guardai anch’io fuori, si vedevano le nuvole, in basso.
“Ah, si, stiamo volando, dev’essere stata l’accelerata di prima.”
Occhi azzurri e capelli rossi, proprio una bella accoppiata.

“Io comunque sono Anaclevole.”, tesi la mano.
Lei rimase ferma e guardava fuori con una faccia piuttosto incredula.
“Ma…cosa sta accadendo? Il treno…..” balbettava.
“Il treno? È successo qualcosa? Mi faccia vedere.”, e così dicendo mi avvicinai al suo viso con il mio, ma di fianco.
“Come sarebbe a dire ‘è successo qualcosa?’ Il treno sta volando!” quasi urlò.
“E fin qui tutto bene. Forse è passato un uccellaccio e le ha fatto paura?”
Lei mi guardava. Aveva proprio dei begli occhi.
“Ok. Devo calmarmi.”, si limitò a dire.
Restammo in silenzio per un minuto o due, poi le chiesi: “Cosa fa nella vita, Laira?”
Strabuzzò gli occhi e disse: “Prego?”
“Cosa fa, studia, lavora, uccide dietro commissione?”
“…studio.”
“Ah, si? Che bello! E cosa?”
“Studio i colori.”
“I colori?”
“I colori. Ha presente il giallo, il viola, il verde? Ecco. Quelli lì.”
“Affascinante. E io che li confondo sempre con i numeri.”
“Mi perdoni, ma potrebbe gentilmente spiegarmi cosa sta succedendo?”
Il treno era appena passato sopra le nuvole e ora si vedeva una luna chiarissima appiccicata ad un cielo blu.
“Se lei mi specifica cosa, ben volentieri.”
“Perchè il treno sta volando?”, disse cercando di rimanere più calma possibile.
“Per andare più veloce, presumo.”
“…e perchè?”
“Perchè non è un regionale. Quelli si fermano ogni cinque minuti.”
“Si, ma come fa, per l’amor del cielo, a volare?”
“Ah, questa proprio non la so. Ho sempre odiato le materie scientifiche, indi per cui su quest’argomento mi trova assolutamente impreparato.”
“Forse sto impazzendo”, disse lei, mangiandosi le unghie.
“Guardi che bel cielo e che bella luna, fuori, Laira, la smetta di crucciarsi.”
Guardò fuori, e parve calmarsi un po’.
“Che bel blu”, disse piano.
Non feci in tempo a rispondere che aveva già tirato fuori da una borsetta un oggetto che sembrava una penna, ma che sarebbe potuto essere anche un pennello e un quadernino, e ci stava appuntando (o disegnando?) qualcosa in fretta e furia.
Sembrava più rilassata, le sue piccole spalle non erano più tese, si accomodò sul sedile.
“Signor Anacleto…”
“Anaclevole.”
“Si, mi scusi… Prende spesso questo treno?”
“No, è la prima volta, e lei?”
“Io lo prendo una volta alla settimana, ma è la prima volta che spicca il volo.”
“Ah, si? Che coincidenza, d’ora in poi avevo intenzione anch’io di prenderlo una volta a settimana.”
Sorrisi, e lei mi restituì il sorriso.
Aveva delle belle labbra che si sposavano bene con i suoi occhi azzurri… ero io o sembravano un po’ più blu?
“Signor Anaclante…”
“Anaclevole.”
“Si, mi perdoni… Posso dormire un altro po’ sulla sua spalla?”, chiese gentilmente?
“Al momento è libera, quindi penso che sia una proposta accettabile. Ma le consiglio di sbrigarsi, o verrà occupata da qualcun’altro”, dissi sorridendo.
Si accomodò, e io sentii di nuovo i suoi morbidi capelli ricci.
“Sa, signor Anaclabile…”
“Anaclevole.”
“Si, scusi… E’ così strano, però è bello… Non saprei spiegarle…”
Accarezzai i suoi capelli.
“Già. Proprio un peccato che sia un sogno.”
Laira si addormentò.

La testa della ragazza mi impediva di non pensare al moto scostante del treno.
Poi il treno fece una piccola accelerata, e questo bastò a svegliare la bella addormentata sulla spalla.
“Oh!”, disse, e alzò la testa.
Si stropicciò gli occhi, mi guardò, e ripetè: “Oh!”
“Stavo…”, e indicò la mia spalla.
Mi limitai a sorridere ed annuire.
“Ma… Mi aveva dato il permesso, no?”
“A dire il vero no, ma non è stato del tutto spiacevole, dunque non c’è problema, signorina.”
Mi guardò strana.
“Io sono John.”, tesi la mano.
Lei, però, stava guardando fuori dal finestrino.
Disse piano: “Ma…”
“Ah, si. Dev’essere stata l’accelerata di prima. Stiamo volando.”

Pubblicato in:  on 19 Dicembre, 2009 at 7:22 pm Commenti (1)

Un nuovo Sessantotto

C’è bisogno di un nuovo Sessantotto.

Un sessantotto delle coscienze. Sembra banale dirlo, ma è così. Le persone sono intorpidite, anestetizzate da tante cose, la TV uber alles.

Ho pensato che non ci sono mai state per l’uomo così tante distrazioni nelle epoche precedenti. Distrazioni intese come divertissement, come pura evasione dalla routine quotidiana. Pensateci, potremmo passare la vita a guardare film, telefilm, leggere fumetti, libri, ascoltare la radio, insomma l’industria dell’intrattenimento non ha mai raggiunto dimensioni tali come quelle odierne. Non che leggere libri sia sbagliato, anzi, io parlo esclusivamente dell’evasione data da libri puramente prodotto, non scritti per bisogno dell’autore di esternare ciò che ha dentro per sopravvivere, e di conseguenza libri di qualità.

“Le biblioteche del mondo hanno sbadigliato fino ad addormentarsi per tipi come te”, scrive Bukowsky rivolgendosi agli autori di questa carne da ombrellone. Libri usa e getta, buoni solo per far passare il tempo nel senso stretto del termine, non libri che lasciano un pezzo dell’autore dentro di te.

Comunque, le distrazioni sembrano farla da padrone. Hanno stravinto la loro battaglia contro la volontà umana di dare un senso alla propria vita. Perchè tutti sono chiamati dal profondo del loro essere, ne sono assolutamente sicuro, a cercare incessantemente quale sia la loro strada e ad attivare tutti i mezzi che possiedono per riuscire a seguirla. Ma poi accendono la TV. Ed è tutto messo in pausa.

“Cercherò il senso ultimo della mia vita domani, stasera mi rilasso”, pensa inconsciamente ogni singola persona che sente ancora l’impulso vitale di dare un perchè al nostro passaggio sulla terra.

No. Firma la sua condanna. Il suo impulso muore a poco a poco. Bisogna combattere.
Combattere contro il desiderio di riposarsi, perchè chi si riposa muore.

Combattere contro i poteri che ci vogliono assopiti, perchè si stanno perpetrando le più grandi stragi e ingiustizie di sempre e noi, che ci definiamo civilizzati, noi che abbiamo la possibilità ora come mai nella storia dell’uomo di sapere che questo sta accadendo, stiamo a guardare.

Ci facciamo plasmare in modo tale che riusciamo ad essere felici con poco, con le nostre cose, con il nostro lavoro, due buoni amici ed una birra.

Ma sono convinto che tutto questo non dia senso alla vita.

Sono convinto che ci sia bisogno di un nuovo Sessantotto, inteso come rivoluzione radicale che cambi totalmente la visione delle cose alle persone, che cambi la faccia della terra, ognuno prenda le forze da dove crede, religione, ideologie, morale, ma non possiamo restare a guardare.

Se restiamo a guardare il nostro mondo che viene consegnato nelle mani di pochi a cui poco importa delle vite delle persone al di fuori della loro, fra non molto potremo scordarci la nostra umanità, saremo solo dei burattini che mandano avanti un’enorme Macchina che serve i potenti della terra. Anzi, il problema è che siamo già a buon punto e nessuno se ne rende conto.

Cresciamo in un mondo che ci plasma a suo piacere per servire una Macchina preesistente, e se per caso una persona non riesce ad inserirsi nella società, a non trovare lavoro (scandalo!), diventa un emarginato sociale. La Macchina ha in sè la sua autodifesa, tende ad escludere a priori coloro i quali non sono portati ad obbedire alla società, al senso comune.

Siamo dotati di un cervello, lo sfruttiamo si e no al dieci per cento della sua potenzialità. Pensate che non potremmo creare una società giusta e che lasci vero spazio e vera libertà ad ogni singola persona della terra? Non siamo ridicoli. Il fatto che sembri un’utopia  è un’altra illusione della Macchina.

Questo secolo in cui siamo immersi porterà immensi cambiamenti.

Se saranno cambiamenti in meglio o in peggio lo decideremo noi.

Il fatto che noi, persone comuni, come siamo portati a declassarci ogni giorno perchè non mostriamo delle tette in TV, o segnamo una doppietta in serie A, non possiamo fare niente per cambiare il mondo, è l’ennesima illusione della Macchina.

Noi possiamo trasformare questo secolo che viene in un enorme Sessantotto, un enorme rivoluzione delle coscienze di tale portata da far sembrare ai figli che verranno nei secoli a venire quest’epoca passata l’età della pietra.

Noi possiamo, è quella la grossa novità, e non vedrete mai una pubblicità in TV che ve lo dirà.

A meno che non si tratti di poter togliere lo sporco più ostinato dai fornelli.

Ma vadano a cagare, non siamo degli idioti, dimostriamoglielo.

Pubblicato in:  on 19 Settembre, 2009 at 1:58 am Commenti (2)

Inchiostro, Carta

Carta
e inchiostro
ingredienti
che danno vita
a vite
ad altri ingredienti
per altre vite
che scrivono vite
che scrivono “vite”
scrivere
è memoria
è vita

Pubblicato in:  on at 12:51 am Lascia un Commento

Ricerca

Cerco
pezzi di vita
brandelli di significato
guardando indietro
e guardando
me
che guardo indietro
davanti no
c’è un muro
grande
li vedo
mi avvicino
sono scomparsi
eppure c’erano
Cerco

Pubblicato in:  on 5 Luglio, 2009 at 12:27 am Lascia un Commento

Solo che non lo sanno

Non me ne frega niente
non è poesia?
Non sembra poesia?
Ci sono troppi
enjambement?
Ognuno ha la propria poesia
ognuno è la propria poesia
solo che non lo sanno
Pubblicato in:  on 31 Gennaio, 2009 at 12:11 pm Lascia un Commento

Autobus

Perchè le persone devono sentirsi
normali?
Comportarsi
normalmente?
Se tutte le persone
in autobus
anche fuori già che ci siamo
si comportassero come vogliono
veramente
canterebbero
suonerebbero
la vita sarebbe un concerto
l’autobus sarebbe un concerto
Pubblicato in:  on at 12:04 pm Lascia un Commento

Basta

Basta

E’ ora di vivere

creare

ogni momento perso

è un’idea che muore

con che coraggio mi proclamo contro

gli assassini?

Basta

Pubblicato in:  on 3 Gennaio, 2009 at 2:32 am Lascia un Commento

Respiro

inspiro
so che in quel momento capisco
espiro
a quando
il prossimo respiro?

Pubblicato in:  on 21 Novembre, 2008 at 11:25 pm Lascia un Commento

Sabbia

Guardo dietro di me.

Niente. Ancora niente. Possibile?

Scruto l’orizzonte, quasi a cercare di scorgere qualcosa di distinto in ciò che è più indistinto, visto da lontano.

Ma il tentativo è inutile, perché non vedo niente.

Sospiro, mi soffermo ancora un attimo a controllare un’ultima volta, poi mi giro di nuovo rassegnato e ricomincio a camminare.

Cammino come sempre, sempre avanti, in questo deserto, dove non si riescono a trovare punti di riferimento di nessun tipo.

Per orientarmi, dunque, per arrivare da qualche parte, guardo in avanti, ma davanti c’è sempre il sole e devo socchiudere gli occhi.

Ed è così sempre. Guardo avanti, non vedo dove vado.

Mi volto indietro, non riesco a capire da dove sono venuto.

Non so nemmeno più da quanto tempo sia così, non so più nemmeno cos’è il tempo, e non so dire se sono qui da cinque minuti o da cinque anni.

Getto le mani in tasca, sbuffo e cammino ancora.

Continuo a camminare diritto, finché ad un certo punto non trovo una piccola cunetta di sabbia, addosso alla quale riesco furbescamente ad inciampare, facendo un capitombolo che mi fa ritrovare con la faccia sulla sabbia.

Dopo qualche leggera imprecazione, mi alzo nuovamente per continuare il cammino, ma il capitombolo mi ha fatto perdere l’orientamento, così mi giro e cerco le mie impronte sulla sabbia.

Niente.

Non vedo nemmeno le impronte degli miei stessi ultimi passi.

Ma è possibile? Corro in ogni direzione a cercarle, ma invano.

Mi siedo stanco sulla sabbia. Sono davvero stanco.

Dove sono? Perché non riesco ad arrivare?

Non mi interessa dove, voglio solo arrivare.

E se non avessi fatto altro che camminare in tondo? Non è la prima volta che perdo l’orientamento.

E se non ci fosse una destinazione? Se fosse solo un enorme deserto senza inizio e senza fine?

Mentre mi faccio queste domande, non mi accorgo nemmeno che le mie mani hanno iniziato a giocherellare con la sabbia.

Cosa fanno? Sembra che vogliano costruire un castello di sabbia. Decido di aiutarle, visto che tanto non ho niente da fare.

Sputo sulla sabbia per fare in modo che si possa modellare, e le mie mani a poco a poco creano un castello di sabbia, con le torri e tutto, che nemmeno quello della buena vista enterteinment è bello così.

Però, mi dico. Non sapevo di essere bravo a fare queste cose.

Mi rialzo, una volta finito. Non posso perdere altro tempo, devo camminare, camminare, camminare ancora.

Dopo un po’ di tempo, neanche a dirlo, altra cunetta, altro capitombolo, altra perdita del nord.

Dannazione! Non è possibile! Se continuo così davvero sprecherò la vita a girare in tondo!

Guardo dietro di me.

E scorgo il castello di sabbia.

Come ho fatto a non pensarci prima? Come ho fatto a pensare che non avesse senso?

Se dietro di me lascio qualcosa, il senso me lo creo.

Guardo davanti a me, il sole è, seppur quasi impercettibilmente, calato un po’.

E si scorge qualcosa. Non si capisce cosa, ma c’è.

E allora mi siedo, e mi metto a fare un altro castello di sabbia.

Pubblicato in:  on 2 Settembre, 2008 at 9:22 pm Commenti (6)

Johnnyfer

“Sai, mi hanno sempre depresso le stanze d’ospedale”, dissi dopo un breve silenzio ed un occhiata rapida alla stanza dove mi ero svegliato.

Ero sul letto che cercavo di trovare una posizione che, se non comoda, almeno fosse sopportabile.

Nonostante ciò fosse una speranza che ormai da tempo avevo abbandonato non tanto per la durezza del materasso, per sovrabbondanza o penuria di cuscini (in ospedale, avevo constatato, non esisteva la via di mezzo), quanto per il particolare odore.

Odore d’ospedale, mai uguale, mai ben definito, impossibile da decifrare se odore di lattice, di banana o di matematica, ma che senza dubbio impediva al mio cervello se non addirittura al mio corpo stesso di trovare una posizione comoda.

Ed è strano, lo ammetto, ma trovatemi un ospedale che non odori d’ospedale e giuro che mi metterò a dormire anche per terra, o su uno di quei letti per fachiri.

“Con i chiodi e tutto?”, disse Lui, che mi guardava già da un po’ dalla sua sedia accanto al mio letto.

“No, senza chiodi. Però sarebbe scomodo lo stesso, fidati.”, gli risposi.

Continuai ad osservare la mia stanza, dal momento che non ero l’unico inquilino di quel simpatico festival di flebo e di camici bianchi.

C’era una donna, sulla trentina, che dormiva nel suo letto di fronte al mio, probabilmente rassegnata a dormire in una posizione scomoda dato il tangibile odore di scomodità che, sono sicuro, affliggeva anche lei.

C’era poi, accanto a lei, un vecchio di cui sarebbe stato impossibile sapere l’età con precisione, avrebbe potuto benissimo avere novant’anni portati molto bene, settanta portati con dignità, cinquanta e una vita che lo aveva segnato profondamente, trenta e un passato disastrato, dieci e un travestimento da vecchio rimbambito. Che mi fissava (perché il suo passatempo preferito era fissarmi, sorridendo in un modo tale che avrebbe messo in imbarazzo Madre Teresa).

Rimanevo a crogiolarmi sull’ipotesi del bambino con travestimento, meravigliandomi del fatto che se fosse stato vero, oltre al fatto che lui sarebbe stato un mago delle maschere, io ero l’unico ad averlo scoperto, e avrei potuto prendermi il merito se si fosse rivelato un pericoloso bambino killer e l’avessi fermato in tempo, oppure avrei potuto dirlo solo ad un infermiere che mi avrebbe creduto pazzo e dopo l’eccidio attuato dal vecchio-bambino-killer semplicemente prendermi la soddisfazione propria della frase “Te l’avevo detto”, anche se sarei stato obbligato a rivolgermi ad un infermiere ormai senza vita.

“Frena, frena, ragazzo. Ha settantaquattro anni, c’è scritto sulla targhetta sul lettino.”, mi appuntò l’inquilino della sedia.

“Uffa, lo so. Però così non è divertente, Johnnyfer.”, sbuffai io.

“Dannazione ragazzo, non chiamarmi così in pubblico, lo sai che sei già finito nei guai per questo motivo.”, si arrabbiò Johnnyfer.

“Uffa, non fare questo, non dire quello…Ma non c’è nulla di male!”, controbattei incrociando le mani e gonfiando le guance come gli scoiattoli, i criceti o gli elefanti, non mi ricordo mai.

“Gli elefanti, scemo. Lo so che lo sai, e fai così solo perché sai che mi fa arrabbiare.”, disse.

“Johnnyfer, stai diventando noioso.”, conclusi io.

“Ancora? Ma allora non capisci! Se continui, vedrai che non mi faranno più entrare.”, disse aggrottando le sopracciglia.

Questo mi zittì, perchè mi sarebbe davvero dispiaciuto se non fosse più venuto a trovarmi Johnnyfer. Lui lo sapeva e sapeva che io lo sapevo e inoltre sapeva che io sapevo che lui lo sapeva.

Ma tutto questo non mi importava, volevo solo che restasse, così, al posto di trattenermi dal chiamarlo col suo nome, mi girai di nuovo verso i miei compagni di stanza.

Ora anche il vecchio dormiva (risparmiando di osservarmi, con mio grande sollievo), e la stanza sembrava fatta apposta per osservarla dal punto di vista del mio (scomodo) letto.

Il letto che avevo alla mia sinistra era vuoto, e tutto ciò che era guardabile o almeno interessante da guardare si poteva vedere come fosse in un quadro dalla posizione in cui ero: la scomoda addormentata, il vecchio assopito che nei sogni progettava di uccidere l’infermiere, un quadro di Kafka in mezzo ai due letti, la finestra che dava sulla città ma anche sulla montagna, un libro di Van Gogh sul comodino a sinistra.

Sembrava a sua volta un quadro, di carattere ospedaliero, ma a me piaceva, era un bel quadro.

Però c’era qualcosa che stonava, ed era una tivù accesa e appesa al soffitto.

Mi prese uno scatto d’ira, afferrai il telecomando e lo scagliai contro ad essa, che si spense.

“Che culo.”, pensai.

“Sai, la prossima volta quel tasto rosso con scritto OFF (sempre sul telecomando), potrebbe rappresentare una valida alternativa all’immotivata aggressione dell’elettrodomestico.”, proruppe Johnnyfer.

“Immotivata? Ma hai presente cos’è quell’elettrodomestico?”, dissi, pronunciando l’ultima parola come se mi stessero strozzando, o come se fosse stato Paperino con la raucedine a pronunciarla.

“Giuro, credevo che fosse una tivù, ma se mi assicuri che è un frigorifero ti credo, ma solo perché mi fido di te, Stanley.”, ironizza.

“Ridi, ridi, ma quel coso (sempre proferito dallo zio di Qui, Quo e Qua) ci dice cosa dobbiamo immaginare. Prende le nostre menti e gli fa fare quello che crede Lui. Si, uso un pronome per descriverlo, perché non è più un oggetto, è un Dio, quel pentolone. E coloro i quali lo rimescolano e quelli che ci tengono rinchiusi qui sono convinti che abbiamo bisogno di quello per sognare.”, dissi, e sapevo che quell’argomento mi faceva infervorare.

“Anzi!”, disse lui ridacchiando, e sapendo dove andavo a parare.

“Anzi! Ci vogliono far credere che abbiamo bisogno di quello. Mentre tutto andrebbe a meraviglia e le persone potrebbero sognare quel cavolo che vogliono, se solo non fosse mai esistito. E Rachel…”, sospirai, sapendo che un po’ stavo delirando, e un po’ dicevo cose di cui ero profondamente convinto.

“…Rachel cosa?”, domandò retoricamente Johnnyfer.

“…Rachel sarebbe ancora qui. Ma non permetterò che succeda lo stesso a te, Johnnyfer!” urlai.

“Accidenti! Ancora? Guarda che ti do un pugno!”, mi minacciò lui.

“Tecnicamente, non potresti nemmeno darmi un pugno, sarebbe più come…” dissi.

“…Una colonna di granito morbido, pesante, che ti spacca la faccia.”, completò.

“Ti piace proprio quella frase, eh? So che ti piace.” Gli sorrisi.

“Si, e so che lo sai.”, puntualizzò.

“Per favore non ricominciamo, eh?”, lo guardai di sbieco mentre la mia mente tornava a Rachel.

Lei se n’era andata via, anzi, me l’avevano portata via, non avrei più potuto parlarle per colpa di tutte questi tubicini che mi entravano nel corpo per, così dicevano, farmi guarire.

Ed è questa cura che me l’aveva portata via.

Ma la gente si chiede se il concetto di malato sia universale? E di conseguenza, se uno non preferisca essere malato, dal momento che il concetto non è uguale per me malato, e per te medico?

Però Johnnyfer non mi aveva abbandonato, non gli pesava questa mia situazione, almeno così mi diceva, e allora stava sempre al mio fianco. Andava a lavorare solo qualche ora al giorno, ne approfittava le poche volte che cedevo allo scomodo odore per addormentarmi, ma al mio risveglio lo trovavo ancora lì.

Ma Rachel mi mancava. E c’era una cosa che non capivo da tempo.

“Johnnyfer?”, lo chiamai.

“Basta, Stan. Sei stupido, è ufficiale.”, disse lui mettendo le braccia dietro alla testa come per sdraiarsi.

“Perché la gente dimentica?”, gli chiesi.

“Dipende cosa intendi per dimenticare.” rispose, dandosi arie da filosofo.

“Nel senso che la gente vive delle esperienze. Ok? Succedono delle cose, ci sono delle reazioni tra le varie persone, tipo una persona si arrabbia con te e poi si discute, si capiscono le motivazioni che hanno spinto l’altro a fare una certa cosa, ci si capisce a vicenda, fin qui mi segui?”, spiegai.

Johnnyfer si limitò ad annuire silenziosamente.

“Bene. A questo punto io so esattamente come si sente una persona in un certo frangente.”, dissi sicuro.

Senza aspettare cenni di Johnnyfer, continuai: “Così si possono creare delle relazioni che crescono, ok? Ma cosa succede quando ti dimentichi di cosa ha provato un’altra persona e non hai un’altra occasione per scoprirlo?”

Johnnyfer mi guardava.

“Non so perché succeda…ma è come perdere una persona, no? Almeno, per me è così.”

“Si. È brutto” disse lui.

“Si, e non si torna indietro, spesso. O sempre, non lo so.”, dissi diventando triste.

Johnnyfer mi guardava, un po’ sorrideva, un po’ faceva delle facce serie. Fa sempre così quando non sa cosa dire, lo vedi sorridere mentre guarda il pavimento, poi tornare serio d’un tratto. Ci conosciamo da così tanto.

Con lui non potrebbe succedere, non potrei dimenticarmi di lui, abbiamo sempre vissuto insieme, e ora nel momento del bisogno è qui.

In quel momento entrò il Dottor Bobidi.

***

“Allora, come sta il mio pazziente preferito?”, urlò tanto da coprire tutti i suoni che quasi non copriva la sua stessa voce, raddoppiando le consonanti di una parola a caso per frase com’era sua usanza, e sapendo benissimo che i pazienti sapevano che diceva “il mio paziente preferito” a tutti.

Però lo diceva lo stesso.

Io mi sturai le orecchie vistosamente, e risposi seccato: “Bene, fino a pochi secondi fa.”

“Ah ah ah ah! Lei è sempre un burrlone! Ma, dico, cossa vedo?”, si chinò vicino alla TV e raccolse il telecomando che, cadendo, aveva sparpagliato allegramente tutti i suoi tasti in giro per la stanza, quasi volesse far crescere una piccola piantagione di telecomandini.

“Ahi ahi ahi, carro il mio signor Schweinebraten, le dico sempre di non dare il telecomando al signor Schokolademilch, che poi dobbbiamo sempre comprarne uno nuovo.”

Se si rendesse conto di stare parlando ad un vecchio che dormiva, questo non lo so, ma mi ero stupito che riuscisse a raddoppiare efficacemente le consonanti già doppie.

“Carro signor Schokolademilch, dicevo, oggi è il gran giorno!”, disse il Dottor Bobidi con fare pomposo.

“Prego?”, dissi dubbioso.

“Occhio, Stanley.”, disse Johnnyfer.

“Che cosa c’è?” chiesi io.

“Con chi sta parlando, signor Schokolademilch?”, esclamò Bobidi, che aveva riaggiustato il telecomando a tempo di record, e stava riaccendendo la TV.

“Non la riaccenda, la prego.”, chiesi umilmente.

“Ma certo, ma certo, non si preoccupi!”, mi rassicurò il Dottor Bobidi, mentre la riaccendeva, e io pensavo che di sicuro doveva essersi studiato per bene 1984 di Orwell, perché per essere convinti di quello che si dice mentre si fa il contrario di ciò che si afferma ci vuole un buon allenamento di bipensiero (trattasi della capacità del convincersi che 2 + 2 fa 4, ma può fare anche 5).

Mentre pensavo al buon vecchio George, Bobidi riprese a parlare con la sua grassa voce.

“Le diccevo, signor Schokolademilch, che oggi è il gran giorno perché da domani non avrà più bisogno delle nostre cure!”, disse felice.

Sorrisi d’impulso. “Hai sentito, Johnnyfer? Finalmente potrò, anzi, potremo andarcene da qui, e potrò smettere di prendere tutte queste medicine!”, esclamai.

Johnnyfer guardava e taceva.

Bobidi mi guardava perplesso.

“Allora” ripresi “Che cosa manca ancora per potermi congedare?”, chiesi.

“Lei non deve fare più nulla. Solo prendere quest’ultima medicina.”, disse diventando serio e annullando i suoi difetti di pronuncia.

Sussultai.

“..Non voglio più prenderne. Sono stufo. Ogni volta che le prendo sto peggio. Mandatemi a casa e basta.” dissi.

“Signor Schokolademilch. è nella flebo a cui è attaccato ora.”, disse, serissimo.

“Stiamo scherzando?”, mi spaventai.

“Non le ho dato il permesso! Non gliel’ho dato! Me la tolga subito!”, urlai.

Bobidi mi guardava serio, e stringeva i lacci del letto che mi tenevano legato ad esso.

“Johnnyfer! Fa qualcosa! Fermalo!”, gridai, in preda alla disperazione.

Johnnyfer mi guardava serio dalla sedia e non mi diceva niente.

Poi mi fece un gesto della mano, come quando si saluta qualcuno che non vedrai mai più.

“Johnnyfer!”, ero spaventato.

“Signor Schokolademilch, a chi sta parlando, di grazia?”, disse calmo Bobidi.

“Non faccia il finto tonto, Bobidi, a Johnnyfer, che è seduto lì vicino a lei!”, urlai, gli occhi sbarrati.

“Signor Schokolademilch, Johnnyfer, come Rachel d’altronde, è il motivo per cui lei è qui. Ma non si preoccupi.”, disse abbozzando un sorriso.

Non feci in tempo a rispondere, e mi addormentai.

***

Il giorno dopo mi svegliai.

C’era il dottor Bobidi davanti a me, con un sorriso a quarantasette denti. La tizia di fronte stava ancora dormendo e non c’era traccia del vecchio del letto vicino.

E non c’era Johnnyfer.

“Allora, come si sente?”, chiese il dottor Bobidi, a cui erano davvero spariti gli errori di pronuncia.

“Mi gira la testa. Dov’è Johnnyfer?”, chiesi.

“Complimenti, signor Schokolademilch. Lei è guarito.”, disse con solennità.

Si alzò, andò via.
Io mi alzai, mi vestii, uscii dall’ospedale, vidi correre lontano un bambino ridacchiante con una cosa che sembrava un braccio (si! Un braccio!) sanguinante in mano, e un costume da vecchio nell’altra, e nell’aria risuonava un grido lancinante d’infermiere.

Mi sentivo solo.

Johnnyfer se n’era andato.

Pubblicato in:  on 31 Agosto, 2008 at 4:44 pm Commenti (2)