Camminavo ormai da qualche ora tra gli alberi, nel bosco vicino a casa mia.
L’avevo sempre guardato dalla finestra di camera mia, anzi visto, tra guardare e vedere corre sempre una grande differenza. Oppure lo ignoravo? Ad ogni modo, mentre pensavo a questo mi gettavo le mani in tasca per scaldarmele, c’era un certo freddo. Si stava facendo buio.
Mentre mi chiedevo cosa stessi facendo lì, dalla cima di un albero scorsi una luce, nonostante non fosse ancora del tutto buio.
Non sembrava una luce artificiale, ma non la definirei nemmeno naturale, come di luna o di lucciola.
Fissandola, mi sentivo come rapito, e infatti dopo qualche secondo andai a sbattere contro l’albero in questione. La testa mi fece male.
Mi tenevo la testa tra le mani, come se fosse un’antica tecnica di esorcizzazione del dolore (a quanto pare gli antichi non sempre hanno ragione), e non mi accorgevo che la luce si stava avvicinando a me, quasi volesse controllare che fosse tutto a posto. Quando me ne accorsi, o un attimo prima, ci fu come un esplosione di calore e di luce, non come una bomba, piuttosto come un minestrone luminoso che mi veniva rovesciato addosso senza preavviso.
Riaprii gli occhi, accorgendomi in quel momento che li avevo chiusi, e la vidi: una donna, vestita di un abito rosso, a striature di luce colorata, coi capelli che sembravano aghi di pino, ma che per qualche motivo ero convinto non mi avrebbero punto, se mai li avessi toccati.
Mi guardò, mi indicò, distaccò le labbra l’una dall’altra, mi parlò:
“Sei arrivato, finalmente. Il nostro bosco ha atteso a lungo questo momento. Ogni albero, ogni foglia, scoiattolo è restato ad aspettare che tu venissi a farci visita, perfino gli abitanti del sottosuolo. Finalmente! Il giorno auspicato è alfine giunto. Tu solo puoi aiutare tutti noi, le nostre speranze sono riposte in te, fin dall’antichità quando le sagge querce scrissero sulle rocce di attendere la tua venuta. Capelli corti e ispidi, rossi. Occhi del color del grano. Si, finalmente saremo liberi! La maledizione che grava su di noi da sempre sarà spezzata! Hai letto sul sacro libro di noi, sei venuto a salvarci. Liberaci, non indugiare oltre, o venerabile Amos!”
Mi guardò, teneva la mano tesa verso di me. Le dissi: “Non mi chiamo Amos, io sono Sergio.”
Spalancò gli occhi, si girò e se ne andò, sembrava un po’ delusa. Io me ne tornai a casa, pensando al mio defunto nonno Amos, e alle sue storie sul bosco.